Carrello 0

Vai al carrello
Jazz-cuisine-locandina-nuova.jpg

JAZZ CUISINE. TRA CREATIVITÀ E RIGORE

Pubblicato il 12 aprile 2015 in Osservatorio G - astronomico

In previsione dell’incontro che si terrà il giorno 24 aprile 2015 a partire dalle 19,00,  in CAST Alimenti che vedrà come protagonisti lo chef Roberto Carcangiu, grande professionista, presidente della Associazione  Professionale Cuochi Italiani, ed  i musicisti jazz del Freeda Quartet: Francesca Petrolo trombone; Alex Stangoni chitarra elettrica; Cristiano Da Ros contrabbasso; Filippo Monico batteria, provo a sintetizzare alcuni contributi tratti dal volume Disordine Armonico di Frank J. Barret, edito da Egea, 2013, pp.204, che non poco ha contribuito a dare lo spunto per la serata.

Barret copetrtina (2)

Frank J. Barrett è professore di Management alla Naval Postgraduate School in Monterey, California. Dal 2008 al 2010 è stato Visiting Scholar presso la Business School di Harvard sulla Negotiation. Consulente presso numerose organizzazioni e grandi aziende, Barrett è anche pianista jazz.

Partendo dalla sua esperienza di jazzista e di studioso dell'organizzazione Barret ricorda che “Cominciai ad attingere alla metafora del jazz come un modo per comprendere creatività e innovazione ed elaborai moduli formativi per manager utilizzando l'improvvisazione come una lente d'ingrandimento attraverso cui approfondire i concetti di innovazione collaborativa e apprendimento organizzativo."(op. cit. p.2)

“Col tempo mi sono reso conto che il jazz è più di una metafora dell'organizzazione. I gruppi jazz sono di fatto organizzazioni progettate per l'innovazione, e gli elementi progettuali insiti nel jazz possono essere applicati ad altre organizzazioni che vogliano rinnovarsi. Inoltre, per avere successo, i gruppi jazz devono votarsi a un determinato atteggiamento mentale, una cultura, delle prassi e delle strutture, nonché un approccio alla leadership che è sorprendentemente simile a quello necessario per promuovere l'innova­zione all'interno delle organizzazioni.” (ibd.)

“In questo libro uso l'improvvisazione jazz come punto di contatto per delineare sette principi che rappresentano la struttura di suppor­to necessaria a comprendere e coltivare l'improvvisazione e l'innova­zione strategica.” (cit. p.3)

“Il primo principio, «Jazz e ancora jazz. Conoscere l'arte di disimparare» […], è un invito a difendersi dal potere seduttivo della routine. Spesso il primo passo per acquisire la nuova sensibilità necessaria all'innovazione è disimparare.” (ibid.)

Il secondo principio, «Largo al disordine. Sviluppare competenze positive». “I manager si trovano spesso a dover gestire situazioni intricate di cui non sono responsabili, piovute sulle loro teste dall'esterno, e a dover adottare azioni e iniziative senza alcuna garanzia di riuscita, sulla base di informazioni imperfette. I jazzisti devono affrontare gli stessi problemi, ma ciò che rende loro possibile improvvisare, operare aggiustamenti e mettere a punto una strategia operativa è una risposta affermativa, un implicito «sì» che permette loro di progredire anche su un terreno disseminato di incertezze. […] La risoluzione dei problemi di per sé non genera soluzioni innovative. Ciò che serve è la risoluta convinzione che una soluzione esista e che da essa emergerà qualcosa di positivo. In realtà questa è una facoltà della fantasia, è la capacità di eliminare ogni ombra di scetticismo buttandosi a capofitto nell'azione, senza garanzie oggettivamente valide sulla direzione intrapresa.” (cit. p.4)

“Il terzo principio, «Agire e sperimentare allo stesso tempo. Gli errori come fonte di apprendimento» esamina l'importanza di creare una cultura dell'apprendimento. I leader devono prendere esempio dai jazzisti: ovvero capire che quando si è incoraggiati a sperimentare una nuova strada, i risultati saranno inaspettati e «imprevedibili», così come gli errori. Le culture innovative ottimizzano l'apprendimento mediante un approccio che invita a procedere per tentativi ed errori illuminanti […]. Ciò richiede alle organizzazioni la creazione di una zona di comfort psicologico in cui sia possibile parlare liberamente degli errori e di ciò che si può imparare da questi.” (cit.)

«Struttura minima, autonomia massima. In equilibrio tra libertà e restrizioni». Tale principio (il quarto) favorisce una struttura flessibile, un modello organizzativo caratterizzato non solo da un numero sufficiente di vincoli, ma anche da una struttura e da un coordinamento essenziali, tali da consentire di massimizzare le diversità. Le jazz band e le organizzazioni innovative creano condizioni idonee a un'autonomia guidata.(cit. p.5)

Il quinto principio è «Improvvisare e stare insieme. Imparare facendo e parlando». Nel jazz, apprendimento e idee innovative si sviluppano durante le jam session, l'equivalente creativo delle conversazioni che avvenivano nei caffè del XIX secolo.

Il sesto principio è «Ora solista, ora spalla. Il gregario come nobile vocazione» (Capitolo 6). Oggi poniamo così tanta enfasi sulla leadership che abbiamo dimenticato l'importanza del ruolo del gregario, quello che i jazzisti chiamano in gergo «spalla». Questo capitolo esorta i leader alla flessibilità, sostenendo l'importanza di alternarsi nel ruolo di leader e gregario, proprio come fanno i grandi musicisti jazz. Quella del gregario può essere una nobile vocazione e le organizzazioni devono consentire che si esplichi. Tale stile è stato definito come nella letteratura manageriale come ‘servant leadership’.

Il settimo principio è «Leadership come competenza provocatoria. Coltivare una duplice visione», Provocare in modo competente è un'abilità molto speciale dei leader e incoraggia ad affrancarsi dalle trappole della competenza tradizionale. Per essere competenti e provocatori, i leader devono prima esercitare la propria immaginazione a percepire le potenzialità di un individuo o di un gruppo anche quando non sono immediatamente percepibili. I leader hanno la facoltà di sovvertire progressivamente la situazione esortando le persone ad abbandonare il proprio ambito di tranquillità per cimentarsi in azioni nuove e poco conosciute”.

Ma tutto questo cosa c’entra con la cucina? C’entra eccome. E perché jazz cuisine?

Intanto perché la cucina non è solo una metafora dell’organizzazione sociale ma è organizzazione sociale: il modo di produrre, consumare, percepire il valore del cibo è elemento portante dell’organizzazione sociale e della cultura della convivenza sociale.

C’entra perché in questo periodo si è posta una straordinaria enfasi sul ruolo del cuoco come interprete geniale e solitario, spesso straordinariamente arrogante, che detta le regole della buona cucina a consumatori ossequienti, mentre in realtà questo affidamento al cuoco è soprattutto indicatore di un disorientamento alimentare e di un bisogno diffuso di recuperare un rapporto non alienato con il cibo. Cfr, Michael Pollan,  Cotto  sul blog.

C’entra perché in questo disorientamento generale ‘la ricetta’, magari la ricetta della ‘nonna’, diventa il totem al quale votarsi: una sorta di conformismo da ricetta che tende ad affastellare ingredienti, mentre in realtà cucina è tirare fuori il meglio da quel che si ha a disposizione, magari quel poco che si ha a disposizione, ed invece di affidarsi a ricette prestabilite ed arzigogolate varrebbe forse la pena amare le cosa mangiabili di cui disponiamo, sentire il loro sapore, immaginare come si possano combinare e tirare fuori piatti buoni e che facciano bene: come sanno fare i bravi cuochi con la loro cucina e i bravi musicisti jazz con la loro improvvisazione armonica: jazz cuisine appunto.

C’entra anche perché, infine, ne abbiamo piene le tasche di una cucina militarizzata, con brigate brutalizzate, che al mito dell’efficienza e del servizio sacrificano la cosa più sacra che riguarda il cibo: il cibo è buono solo se è prodotto con amore.

Retorica, forse.  Mah….

Intanto nella serata del prossimo 24 aprile lo chiederemo a Roberto Carcangiu, non certo un cuoco esoterico, ma un manager che ha visto tutto della cucina: dai numeri immensi dei pasti delle navi crociera, alla didattica della cucina, alla ristorazione d’élite, ai vincoli stringenti della GDO, al lavoro fraterno con Carlo Cannella, padre naturale dell’alimentazione del buon senso, col qual ha pubblicato Nutrire la mente in cucina.

Lo chiederemo anche ai talentuosi componenti del Freeda Quartet il cui “Suites for Artemisia“ è il primo progetto musicale pubblicato nel giugno 2013: composizioni originali della trombonista Francesca Petrolo ispirate ai quadri della celebre pittrice seicentesca Artemisia Gentileschi.

Già la scelta di un’ispiratrice come Artemisia Gentileschi, dalla vita straordinariamente movimentata e fuori dagli schemi, non a caso diventata icona femminista nello scorcio del secolo passato, fa ben presagire che il loro contributo sul tema schemi e rottura degli schemi possa essere decisamente istruttivo.

Dario Mariotti

Post precedente:
LE INTOLLERANZE ALIMENTARI: MANGIARE SENZA PAURE
Post sucessivo:
ABILI IN CUCINA COME NELLO SPORT

Francesca Petrolo

14 aprile 2015

Caro Dario, quale leader/gregaria del FreeDa Jazz Quartet mi sento estremamente onorata di partecipare a questo avvenimento fuori dagli schemi che si preannuncia molto intrigante e condivido pienamente gli spunti molto interessanti tratti da Disordine Armonico di Barret. Cimentarsi con il Jazz e con la Cucina sono sempre state per me grandi banchi di prova per mettersi in discussione, comunicare con gli altri e soprattutto parlare di passione e di amore per la vita che ci sorprende sempre, come questo invito del 24 aprile nel quale come da manuale arriveremo totalmente impreparati, ragion per cui sapremo e dovremo improvvisare alla grande!

Francesca Petrolo

14 aprile 2015

Ciao Dario, come leader/gregaria del FreeDa Quartet mi sento onorata di partecipare alla serata di Jazz Cuisine, evento fuori dagli schemi che si preannuncia alquanto intrigante. Condivido appieno le riflessioni tratte da Disordine Armonico di Barrett: da sempre per me suonare jazz e cucinare sono banchi di prova fondamentali per mettermi in discussione, comunicare con le persone e trasmettere amore e passione a me necessari per vivere pienamente e l'esercizio all'improvvisazione è quanto di più utile per sapersi sempre sorprendere e adattare alle occasioni inaspettatte come questa!!

I nostri sponsor

Seguici sui nostri social