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Linguaggio e coscienza delle percezioni

Pubblicato il 18 ottobre 2015 in Osservatorio G - astronomico

Proseguendo nella ricognizione del testo di Edoardo Boncinelli La vita della nostra mente si incontrano le sue riflessioni centrali sul tema della coscienza e linguaggio.

Boncinelli dice qualcosa di più: che per portare alla coscienza uno stimolo sono necessarie due condizioni minimali: lo stato di veglia, una sorta di allerta generale del cervello, e l’attenzione, cioè la volontà di recuperare ciò che percepiamo, di renderlo esplicito e di farlo emergere attraverso il linguaggio.

Per l’A. il linguaggio non è solo consapevolezza,  è premessa all’azione e soprattutto strumento di condivisione e di generazione delle proprie azioni e di induzione di altri all'azione.

Con ciò abbiamo implicitamente descritto i meccanismi  fondamentali e i compiti  della valutazione sensoriale: non solo analisi ma allo stesso tempo elaborazione e comunicazione di giudizi di valore.

Secondo Boncinelli “…tutti gli studiosi convergono sul dato che per avere coscienza di qualcosa è necessario avere due elementi: lo stato di veglia e la concorrenza dell'attenzione. Sulla tensione conosciamo pochissimo invece sullo stato di veglia conosciamo di più e sappiamo che per essere vigili e necessaria l'attivazione cosiddetto sistema reticolare ascendente, una costellazione di neuroni di circuiti nervosi che si trovano nel tronco encefalico e che collegano quest'ultimo con l'encefalo, proprio in definitiva con la corteccia cerebrale.

Per accedere alla coscienza estesa o alla coscienza esplicita condivisa è indispensabile linguaggio, unica vera facoltà mentale che sia esclusivo appannaggio della nostra specie (pp. 144, 145 cit.).

"Pertanto è abbastanza ragionevole pensare che la forma umana di coscienza di sé possa condividere qualcosa di fondamentale con il linguaggio anche nella sua genesi e nel suo sviluppo. La strutturazione del Sé potrebbe richiedere all'individuo parte delle stesse funzioni che permettono la formazione di un linguaggio. Distillare parole e concetti dal mondo subsimbolico della nostra mente, non è un'operazione banale; esige un apparato fonatorio appropriato, una memoria di lavoro sufficientemente ampia e un repertorio di nomi e di significati  che non tutti gli animali potrebbero conservare consultare. Ma non finisce qui. Per parlare occorre voler parlare, avere un quadro di cosa dire e del perché vogliamo dirlo. Occorre distaccarsi momentaneamente dalle percezione e dall'azione indiretta sul mondo per indulgere in un'operazione che a prima vista è senza senso e che richiede un enorme sforzo non fosse altro che per allontanarsi dalla normale condizione animale." (p. 145).

"Il linguaggio ha in comune con la coscienza l’essere contemporaneamente percezione e azione o almeno progetto di azione, ricezione e esecuzione, passività e attività. Nello stesso tempo il linguaggio è finalizzato anche alla comunicazione con altri esseri umani per ottenere su di essi determinati effetti. Parlare, quindi, significa anche assumere che gli altri abbiano una coscienza che siano in grado di capire che cosa diciamo. Linguaggio e coscienza esplicita sembrano, insomma,  sempre più strettamente connessi e probabilmente coevi, lungo l'arco sia del processo ontogenetico sia di quello filogenetico. (p 146).

Dario Mariotti

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